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Infezioni urinarie nelle scrofe in lattazione: un problema vero?

Le infezioni del tratto urinario sono tra le infezioni batteriche più frequenti nelle scrofe, ma raramente diagnosticate e valutate.

Lunedì 21 Aprile 2014 (5 anni 7 mesi 15 giorni fa)
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Le infezioni del tratto urinario sono tra le infezioni batteriche più frequenti nelle scrofe, ma raramente diagnosticate e valutate. Questo è dovuto al fatto che nelle condizioni dell'allevamento intensivo, la vulva della scrofa spesso è a contatto con le feci e diventa facile comprendere come l'infezione possa entrare in modo rapido e preciso nel canale del parto.

Le infezioni del tratto urinario (ITU) sono le cause più comuni e non identificate di morte di scrofe e di perdite vulvari. E' stato confermato in modo evidente una correlazione significativa tra le infezioni urinarie, genitali e mammarie in scrofe lattanti (Wanyoike y Bilkei, 2006).

La crescente necessità di un management più professionale negli allevamenti da riproduzione, particolarmente trattandosi di genotipi iperprolifici, porterà ad una attenzione maggiore in sala parto al management delle scrofe considerando anche le ITU con 3 obiettivi principali:

  • Favorire il massimo consumo da parte delle scrofe in modo veloce.
  • Ridurre la mortalità dei suinetti o delle perdite vulvari in lattazione al di sotto del 10%.
  • Ridurre l'intervallo svezzamento-calore.

E' ovvio, che un programma di questo tipo deve essere polivalente al 100%, dato che non esiste nessuna "golden bullet" disponibile; indubbiamente, una maggiore attenzione alle ITU ed ad un management nutrizionale delle scrofe saranno molto utili.

Un ampio studio realizzato in Italia tra il 2010/2011 ha confermato un'elevata incidenza di scrofe con batteriuria significativa, con una crescente percentuale di campioni positivi correlati all'età ed alla fase fisiologica (lattazione vs gestazione):

Tabella 1. . Campioni di urina di scrofe con batteriuria significativa (Grattarola et al., 2010-2011).

Positive Totale
Scrofette in gestazione 91% (n=60) 9% (n=6) 100% (n=66)
Primpare in lattazione 79% (n=39) 21% (n=10) 100% (n=49)
Pluripare in gestazione 77% (n=58) 23% (n=17) 100% (n=75)
Pluripare in lattazione 60% (n=36) 40% (n=24) 100% (n=60)
Eliminate 70% (n=50) 30% (n=22) 100% (n=72)

In quasi tutti gli studi l'Escherichia coli è il microrganismo prevalente, raggiungendo percentuali fino al 90% degli isolati: è già risaputo che il pH relativamente acido dell'urina è una barriera per impedire le infezioni ascendenti della vescica provocate da E. coli, che cresce meglio in ambienti neutri o leggermente alcalini.

Il possibile ruolo della nutrizione utilizzata per raggiungere un pH dell'urina di scrofe lattanti basso e stabile è stato già ampiamente studiato. Anche il nostro gruppo, in un precedente studio (Piumatti et al., 2007), ha separatamente testato, con il modello latin-squared, l'efficacia di 3 interventi nutrizionali per modificare il pH urinario delle scrofe: l'effetto massimo è stato raggiunto con la sostituzione del carbonato di calcio con cloruro di calcio (CaCl2 ) microincapsulato; un effetto intermedio con la sostituzione del carbonato di calcio con solfato calcico (gypsum), ed un effetto minore con la semplice aggiunta di un miscela di acidi organici al mangime standard.

Più recentemente, abbiamo provato una strategia nutrizionale semplice, orientata a provocare una forte acidificazione nelle scrofe lattanti basata su 4 interventi:

1. Sostituzione della maggior parte della fonte di carbonato di calcio con:

a) CaCl2 microincapsulato (livello di inclusione: 0,5%)
b) Solfato di calcio (livello di inclusione: 0,5/0,7%)
c) Formiato di calcio (livello di inclusione: fino a quanto richiesto)

2. Eliminazione di qualsiasi altra forma alcalina della formulazione, sopratutto per quanto riguarda l'ossido di magnesio ed il bicarbonato di sodio.

3. Uso di dosi adeguate e non solo cosmetiche di acidi organici (livelli di inclusione:0,7/1%, preferibilmente acido benzoico, tuttavia abbiamo anche usato il diformiato potassico con successo).

4.Ovviamente, usare le fitasi per ridurre la necessità globale della supplementazione con minerali: se la supplementazione fosse ancora necessaria, non usare fosfato bi- o tri-calcico, ma preferibilmente una fonte monocalcica.

I risultati sono abbastanza confortanti, con un incremento medio dell'acidità dell'urina equivalente ad una riduzione del pH di 1,5, rispetto al controllo, sia che si realizzi il confronto con scrofe diverse alimentate con la dieta controllo o con la dieta nutrizionale per ridurre il pH, sia per le stesse scrofe considerando il "controllo" il giorno "0" della somministrazione della dieta "basso pH" e ripetendo il test a distanza di 14/21 giorni dalla somministrazione.

Non abbiamo osservato nessun effetto sul consumo o altri parametri zootecnici durante la lattazione, nonostante ci fosse stata una tendenza alla riduzione dell'intervallo svezzamento-calore delle scrofe trattate: questa osservazione ha bisogno di ulteriori ricerche di approffondimento.

Attualmente stiamo ricercando la possibilità di usare il CaCl2 in forma grezza e fino a che punto la forma microincapsulata influenza il consumo, dato che questo potrebbe ridurre il costo del trattamento.

Sappiamo che le cistite sono frequenti in scrofe durante la lattazione e che l'E. coli è coinvolto nella maggior parte dei casi.

Sappiamo anche che questo batterio è frequentemente associato a infezioni mammarie e utero/vulvovaginali.

Inoltre è noto che la nutrizione è una possibile via per ridurre significativamente il pH dell'urina delle scrofe e pertanto almeno ostacolare le infezioni ascendenti.

Quello che non sappiamo ancora con precisione è in quale misura l'elevato livello di infezioni del tratto urogenitale può influenzare la produttività delle scrofe. In tutti i casi, la lotta contro le infezioni urinarie è una delle basi di biosicurezza e uno dei pre-requisiti minimi per preservare il benessere delle scrofe.

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