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Salute intestinale: ridurre i batteri patogeni

Alcune strategie nutrizionali possono avere un'attività antibatterica, vuoi sapere quali?...

Venerdì 8 Marzo 2019 (2 mesi 14 giorni fa)
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Ridurre il carico di batteri patogeni è un obiettivo che, per essere efficace, deve essere affrontato attraverso diverse strategie, come l'uso di farmaci in certe occasioni, una corretta pulizia e gestione e un'alimentazione volta a ridurre la loro presenza e rafforzare la salute intestinale.

Tab 1. Strumenti nutrizionali per ridurre il peso dei patogeni.

Riduzione livelli proteici Prebiotici Diete fermentate
Facilitare transito contenuto gastro-intestinale Acidi inorganici ed organici Proteine e peptidi bioattivi
Fibra fermentescibile Fitogenici Diete con bassa capacità tampone
Probiotici Simbiotici Oligoelementi

Una buona strategia nutrizionale potrebbe essere quella di ridurre la fermentazione proteica, poiché la presenza di proteine non digerite nel tratto gastrointestinale favorisce la crescita di batteri fermentanti (come E.coli sp., Proteus sp., e Clostridia sp.), e quindi aumenta nel colon la concentrazione di composti potenzialmente tossici per la mucosa intestinale come NH3, ammine biogeniche (istamina) e idrogeno solforato. Per raggiungere questo obiettivo, specialmente nei mangimi post-svezzamento (a causa della bassa capacità di digestione da parte degli animali a questa età), possiamo ridurre i livelli proteici facilitando la digestione ed evitare la presenza di proteine non digerite nel contenuto gastrointestinale (supplementando, se necessario, con aminoacidi sintetici), o fornire carboidrati fermentescibili (come la crusca di frumento o la polpa di barbabietola) per ridurre la concentrazione nel contenuto gastrointestinale dei metaboliti derivanti dalla fermentazione proteica e aumentare il rapporto lactobacillus: enterobacteria (Pérez, 2013).

Un'altra strategia sarebbe quella di facilitare il transito del contenuto gastrointestinale e la stabilizzazione del microbiota intestinale mediante la somministrazione di fibra insolubile (Molist et al., 2012), come l'involucro dei cereali o l'aggiunta di enzimi esogeni che diminuiscono la viscosità della dieta, poiché si ritiene che contribuisca alla presenza di agenti patogeni (Kiarie et al., 2013).

A livello di additivi, mettiamo in risalto i probiotici, che possono ridurre la presenza di agenti patogeni direttamente attraverso l'esclusione competitiva (competendo con il patogeno nell'associarsi allo stesso recettore dell'epitelio intestinale), aggiungendosi ai patogeni mediante metodi analoghi ai recettori epiteliali intestinali (impedendo la loro adesione all'epitelio) o producendo batteriocine con effetto antimicrobico (Nig et al.2009). A loro volta, sono stati descritti anche meccanismi indiretti come l'aumento della produzione di acidi organici nell'intestino attraverso la fermentazione di carboidrati alimentari, aumentando il microbiota favorevole o potenziando la risposta immunitaria nei suini (Oelschlaeger et al . 2010). Comunque, una recente revisione dell'uso dei probiotici nelle infezioni sperimentali con suinetti nel post-svezzamento, suggerisce che i loro effetti sono fortemente influenzati dal ceppo e dal contesto utilizzato (Barba-Vidal et al., 2018). Pertanto, l'uso di questi additivi deve essere attentamente pianificato per ogni specifica situazione.

A determinati prebiotici viene loro attribuita la proprietà di agglutinarsi agli agenti patogeni, impedendo la loro adesione all'epitelio intestinale e incrementando l'eliminazione (Spring et al., 2000). A loro volta, possono contribuire ad aumentare selettivamente il microbiota benefico che esercita un'esclusione competitiva. Idealmente, si prevede che una strategia prebiotica aumenti i batteri benefici, come i bifidobatteri ed i lattobacilli, diminuendo il numero dei batteri putrefattivi e patogeni (come Clostridia sp. Ed E.coli sp.).

D'altra parte, diversi Autori hanno descritto le attività biologiche dei peptidi bioattivi. Il glicomacropeptide, è stato in grado di inibire l'adesione di ETEC K88 alla mucosa intestinale di animali in difficoltà (Hermes et al., 2013). Inoltre, anticorpi provenienti da galline ovaiole che sono state vaccinate contro specifici microrganismi patogeni, si sono dimostrati utili nella prevenzione di E. coli sp. nei suinetti allo svezzamento (Rizvi et al., 2001).

Sono anche ampiamente riconosciute le proprietà antimicrobiche ed antiossidanti dei prodotti fitogenici. Gli estratti di pianta come la berberina, un alcaloide presente in alcune radici, ha dimostrato di avere un effetto battericida e batteriostatico contro E. coli sp., con effetti paragonabili alla colistina (Tummaruk et al., 2009). Inoltre, l'effetto antimicrobico è anche attribuito ad oli essenziali per il loro contenuto in principi attivi come il carvacrolo o il timolo, che hanno la capacità di danneggiare le membrane cellulari ed influenzare l'omeostasi dei batteri attraverso l'effetto degli elettroni delocalizzati e la presenza di un gruppo idrossile nell'anello fenolico (Bassole and Juliani 2012 ). Questo meccanismo ha una buona sinergia con gli acidi organici (Helvoirt y Dijk, 2009). Tuttavia, il problema con questi composti è che sono assorbiti quasi completamente nei primi tratti del sistema digestivo (Michiels et al., 2008), il che è necessario proteggerli mediante microincapsulazione in modo che possano esercitare il loro effetto antimicrobico nell'intestino.

L'utilità antimicrobica degli acidi (organici, a catena corta o media, e inorganici) è legata alla capacità acidificante, che impedisce la sopravvivenza di alcuni batteri patogeni (Partanen e Mroz, 1999). A sua volta, la forma non dissociata di acidi grassi a catena corta o volatili ha la capacità di penetrare nei batteri patogeni e, una volta all'interno, si dissociano causando uno squilibrio cellulare e lisi batterica (Galfi e Bokori, 1990).

Infine, viene attribuita anche la capacità antimicrobica allo zinco a dosi elevate, con una vasta gamma di applicazioni non solo nell'alimentazione animale, ma anche in altre applicazioni biologiche come l'igiene e la disinfezione di superfici o nei cosmetici. È noto che l'incorporazione di ossido di zinco a dosi terapeutiche (>2500 ppm) non è più accettabile a causa dei problemi ambientali che comporta. Tuttavia, attualmente il mercato ha prodotti commerciali molto più efficienti, come ad esempio lo ZnO microincapsulato che, con un'aggiunta di 100 ppm, ha mostrato un'efficacia simile a quella di ZnO convenzionale ad una dose di 3000 ppm nei confronti dell'ETEC (Kim et al., 2010). Questi prodotti stanno guadagnando molta popolarità nel settore poiché consentono un effetto simile a quello dello ZnO, a cui gli allevatori erano abituati, ma eliminando le problematiche ambientali.

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